Colin Kaepernick

By 04/05/2022 blog, vite

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Colin Kaepernick ha sacrificato la sua carriera per difendere i propri valori e la propria autenticità.

così facendo, ha parlato alle persone che davvero volevano ascoltarlo, il suo vero target.

è il 26 agosto del 2016 quando Colin Kaepernick, quarterback afroamericano dei San Francisco 49ers che nel 2013 aveva guidato la squadra fino al superbowl, poi perso contro i Ravens di Baltimora, prima resta seduto poi si inginocchia durante l’esecuzione dell’inno americano che precede ogni partita del campionato NFL, la national league di football.

quel gesto di protesta contro le violenze della polizia nei confronti di persone afroamericane, che segna la fine della sua carriera sportiva, il suo contratto infatti a fine stagione non verrà rinnovato e non verrà ingaggiato da nessuna altra squadra, oltre alla perdita di sponsorizzazioni milionarie e una serie di attacchi mediatici promossi anche dall’allora presidente Trump, ha radici profonde e lontane.

Colin cresce a Milwaukee, Wisconsin, adottato da una famiglia bianca, dopo essere stato abbandonato dalla madre naturale. “sin dalla nascita sono sempre stato una seconda scelta”, afferma lui stesso nel corso di “Colin in black & white”, serie targata Netflix nella quale lui, da voce narrante fuori campo, ripercorre le tappe della sua vita, personale e sportiva.

questa frase rappresenta però la consapevolezza del Colin adulto, non certo del Colin ragazzo, il quale, come si vede in un altro passaggio della serie, afferma che “crescendo con genitori bianchi credevo che il loro privilegio fosse il mio, ma mi aspettava un brusco risveglio”.

e infatti a Colin non basta crescere in quella comunità per esserne considerato automaticamente un membro ben accetto. la maggior parte degli sguardi e dei giudizi che lo riguardano originano da una diffidenza che sfocia presto in pregiudizio e paura ingiustificata.
il contesto sociale e culturale all’interno del quale il giovane Colin cresce ha regole precise, comportamenti e preconcetti radicati, saldamente ancorati ad una visione della vita monocromatica. è inevitabile dunque, che all’inizio Colin creda che quella sia la normalità, che le persone che ha intorno siano il “target” al quale rivolgersi e dal quale essere accettato.
un po’ come accadde a O.J. Simpson, sportivo talmente inserito nel mondo dei bianchi da essere considerato innocente, ancora prima che da una giuria di un tribunale, dall’opinione pubblica. caso più unico che raro quando si parla di un omicidio in cui il primo sospettato è l’ex marito di colore della vittima e tutti emettono il verdetto ancora prima di vedere le prove.
perché i neri che vengono accettati dal target (leggi: mondo) bianco, sono quelli chi si “bianchizzano”, che non “ostentano” cioè il proprio modo di essere, di pensare, di vivere la vita e quindi ben vengano, basta che non escano dalle righe tracciate da una società che crede che verità e giustizia siano prerogativa di chi è nato bianco.

la storia di Colin ha però un finale diverso. una consapevolezza sempre maggiore di sé, acquisita con il passare del tempo, e il susseguirsi di una serie di eventi vissuti direttamente sulla sua pelle, come quando, per “colpa” della nuova pettinatura con le treccine fatta in onore del suo idolo del basket Allen Iverson, la madre gli dice che sembra un delinquente e gli allenatori che non è accettabile avere i capelli in quel modo, lo porteranno verso l’espressione e la difesa del proprio io, distaccandosi sempre più dall’essere quello che vogliono gli altri per essere accettato alle loro condizioni.

Colin negli anni del liceo fa quello che molte aziende fanno quotidianamente: assecondano ciecamente i gusti e le necessità del proprio target. facendo solo questo però, e rinunciando alle proprie peculiarità, si rischia di vivere, e lavorare, solo in funzione degli altri, perdendo di vista il proprio io e il proprio valore differenziante.

e così, proprio come Colin pian piano capisce che non può rinunciare a chi è veramente, anche le aziende devono essere capaci di fare la stessa cosa.
a costo di perdere per strada un target superficiale per coinvolgere un target profondo.
quello che in noi si riconosce. quello che nella nostra forza di autorealizzazione, trova anche la sua. quello che acquista fiducia, dandoci fiducia, perché sente di non essere solo.

Kaepernick oggi non corre più su un campo da football. non lancia più touchdown in end zone, nonostante continui ad allenarsi 5 giorni su 7, svegliandosi alle 5 di mattina.
ma è diventato un’icona capace di accendere le coscienze di milioni di persone, di parlare al cuore di quelli che come lui lottano ogni giorno per i propri ideali, di quelli che grazie a lui possono far sentire la propria voce e parlare dei propri bisogni.
Kaepernick oggi è uno dei brand ambassador di Nike e una delle voci più autorevoli del movimento Black Lives Matter.

“non potevo ribellarmi perché non sapevo come si facesse. ma adesso, lo so”.
“c’è chi sta al gioco e chi cambia le regole”.

dobbiamo credere in quello che siamo e avere il coraggio di cambiare le regole. ci sarà sempre qualcuno pronto ad ascoltarci e a seguirci.

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